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IL DESTINO DEI VIDEOGAMES

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Non è stato facile, ma questo articolo è nato da vari spunti che in queste settimane abbiamo recepito sul web. Neanche due mesi fa scrivevamo un articolo sul 2019 e di quanto questo si fosse concretizzato in anno di transizione per vedere poi le nostre richieste esaudite con raffiche di date di Death Stranding, Cyberpunk 2077, Final Fantasy VII Remake e tanto altro ancora. Ma oggi non vogliamo parlare tanto di videogiochi esistenti, quanto più di argomenti riguardanti il medium con tutte le sue potenzialità e caratteristiche del caso e per farlo utilizziamo spunti che ci hanno fornito top del settore, da David Cage a Hideo Kojima, fino al principe Harry e all’onnipresente Phil Spencer.

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Partendo proprio da David Cage e da un suo intervento durante il Gamelab a Barcelona, il Game Director di Quantic Dreams ha affermato che nel corso degli anni sono stati capaci di creare un genere di opere videoludiche interattive, capaci di modellarsi sulle scelte del videogiocatore e in grado di affrontare qualsiasi argomento. E proprio su questo ci vogliamo soffermare, perché davanti a tale affermazione c’è solo da alzarsi e fare novantadue minuti di applausi. Il bello dei videogames è proprio questo: negli anni si sono evoluti cosi tanto da diventare arte a sé. L’evoluzione da oggetto di intrattenimento a vero e proprio mezzo educativo e di comunicazione è ormai nota e non riconoscerla è soltanto da stolti (vedasi recenti dichiarazioni di noti senatori americani). Attualmente i videogiochi sono stati in grado di trattare di politica, lotte razziali, bioterrorismo, disturbi psichiatrici, ma anche di sentimenti quali amore, amicizia e, non per ultimo, creare dei titoli costruiti intorno a poesie o narrative che svolgono un ruolo primario rispetto all’interazione videoludica che si configura come un contorno. Non possiamo escludere, quindi, che in un futuro prossimo i videogames possano essere realmente presi in considerazione come strumento educativo primario e non relegati a un qualcosa di marginale, anche considerando che negli ultimi anni anche attori famosi si stanno avvicinando a questa industria prestando voci e volti, proprio perché attratti dal potenziale del medium.

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Cambiando continente cadiamo nel quartiere Shinagawa di Tokyo dove vi è la sede della Kojima Production. Il maestro Hideo in questi giorni è stato al centro di una polemica dovuta al fenomeno del crunch verificatosi in questo periodo nel noto studio di produzione al fine di ultimare Death Stranding. Il fenomeno del crunch o crunch time è ampiamente trattato nel libro che non smetteremo mai di consigliarvi di leggere, Love, Sweets ‘n’ Pixels. Per chi non lo sapesse, per rispettare le scadenze spesso gli studi di produzione sono costretti a trattenere i propri impiegati in ufficio, pena il licenziamento. Proprio quanto descritto nel libro, spesso i dipendenti sono pendolari a un’ora da casa e non è raro trovare qualcuno che per giorni dorme in sacchi a pelo in ufficio. C’è stato addirittura chi ha scongiurato la Kojima Production di rinviare il titolo, purché non si verifichi tale fenomeno. Ecco, nel futuro dei videogames speriamo sicuramente di non vedere mai più i diritti dei lavoratori calpestati soltanto per donarci qualcosa in tempo, seppur tale affermazione rimarrà utopistica.

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Ma polemiche a parte, Hideo Kojima è stato anche in grado di dare uno scossone al mercato dei battle royale, sparando a zero in particolare su Fortnite. Secondo il maestro, per lui sarebbe stato facile fare soldi a palate creando un titolo del genere e non sprecare importanti anni di vita dietro a un progetto come Death Stranding. Sempre al Comi-Con di San Diego, Kojima ha poi rincarato la dose dicendo che la creatività è l’unica cosa che consente alle civiltà di evolversi e prosperare, e purtroppo viviamo in un’epoca in cui gli algoritmi dettano la creatività e quest’ultima comincia a perdere di significato, pertanto è importante contrastare tutto questo. La stoccata sembra essere non solo rivolta a Fortnite, ma a tutti i battle royale satelliti che sono nati in seguito a tale fenomeno. Non vorremmo schierarci e fare i core gamer, anche perché in live abbiamo provato a portare titoli del genere, ma sicuramente le emozioni che trasmettono certi titoli non sono le stesse della maggior parte dei titoli single player, ma su questo torneremo dopo.

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Fortnite è cosi potente ad oggi da essere in grado anche di scomodare sua maestà il principe Harry che è stato protagonista di un’invettiva contro il titolo, poiché accusato di creare dipendenza tra i giovani e di rovinare le famiglie. Vero, la dipendenza da videogames che si configura come un tratto di ludopatia è stato riconosciuto dall’OMS come disturbo, tuttavia parliamo di soggetti predisposti a sviluppare tale tratto psichiatrico per vari motivi e che non sono adeguatamente supportati dalla famiglia, basti pensare che spesso alcuni ragazzi vedono nei videogames una via fuga. Il problema non è tanto questo della dipendenza che è sempre esistito e può essere comunque limitato con adeguate precauzioni (non sono di parte, ma chi vi scrive gioca dall’età di quattro anni), ma la vera domanda che ci siamo posti è una: un ragazzino che vede in qualcuno un modello che fino a qualche anno fa poteva essere un atleta, un attore, un politico, oggi se si ritrova davanti un influencer che pratica eSport, la voglia di emularlo non sfocia inevitabilmente nel problema succitato?  Abbiamo deciso di non voler rispondere a tale domanda, ma fornire semplicemente uno spunto. Tuttavia non ci sono dubbi che il mondo stia cambiando e le tecnologie sicuramente hanno contribuito a migliorare la distribuzione delle conoscenze, ma nelle persone qualcos’altro sta mutando e questo cambiamento sembra essere tutt’altro che un bene.

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Per non volervi lasciare con il solito tema triste, abbiamo deciso di regalarvi il faccione di Phil Spencer che in questi giorni ha fatto parlare di se principalmente per due cose: la prima, da prendere con le pinze dati i trascorsi di Microsoft, è che la prossima generazione di console avrà molti più titoli single player e non possiamo che esultare per questa cosa, aspettando Gears 5 in cui nutriamo aspettative abbastanza elevate; ma la seconda, che secondo noi segna un punto importante nel futuro dell’industria videoludica, è stata una dichiarazione in cui spiegava come ad oggi la console war non sia il modo più producente di alzare la qualità delle opere videoludiche e che la collaborazione di Microsoft con Nintendo e Sony non può far altro che giovare ai videogiocatori, ma soprattutto puntando il titolo contro gli haters che alimentano tali guerre inutili. Da quando esistono le console si è sempre giocato a chi ce l’ha più lungo, è vero. Ma è altrettanto vero che ormai da un punto di vista prestazionale, escludendo Nintendo dall’equazione, si è raggiunto un livello in cui difficilmente si notano sostanziali differenze e ben vengano collaborazioni di cui possono usufruire soprattutto i gamer.

Per oggi è tutto, vi diamo appuntamento alla prossima settimana con Retrohunters, la nuova rubrica dedicata al retrogaming. Un piccolo indizio del videogioco in questione? Bocca cucita, ma possiamo scrivervi soltanto tre lettere: NES.

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